Al quotidiano locale “La Sicilia”, il fantasista ex giocatore di Catania, Napoli e Novara tra le altre, chiamato Peppe Mascara, ripercorre alcuni momenti della sua carriera. Il tutto con un occhio rivolto soprattutto, ovviamente, ai rossazzurri, essendo lui catanese di nascita:
“Quel gol al volo da 40 metri a Palermo non mi perseguita: però è vero che degli altri 148 centri nessuno parla. Oggi un po’ mi manca il campo, ma a 45 anni non nutro alcun rimpianto. In campo mi divertivo e divertivo, ora alleno con entusiasmo, è il ruolo che ho scelto e di cui vado fiero. L’esperienza in Serie A fa la sua parte, ma oggi saper comunicare rappresenta l’80% del lavoro.
Essere ancora un idolo a Catania? Ho vissuto stagioni indimenticabili e ho sempre ricambiato l’affetto dei tifosi con il mio impegno in campo. Sono rimasto un uomo semplice, parte del popolo, e questo legame è sincero. Pasquale Marino mi ha dato tanto: insegna davvero calcio e, tra siciliani, si crea subito un’intesa speciale. Ricordo quando, dopo avergli segnato due gol con l’Udinese, mi ha salutato con ironia, lamentandosi di avergli guastato i piani… e ci siamo messi a ridere.
La promozione in Serie A del 2006 nacque da una squadra formata da uomini veri, creando in città e tra i tifosi un’atmosfera magica. Gli allenatori con cui ho lavorato a Catania? Mihajlovic, all’apparenza deciso, era in realtà timido, umile e sempre pronto a spiegare con chiarezza le sue idee. Giampaolo viveva la tattica in modo maniacale ma restava un professionista autentico. Baldini, con il suo stile eccentrico, sapeva attirare l’attenzione e trasmettere voglia di vincere. Zenga ha sempre avuto visioni nitide che però non sempre sono state valorizzate. L’esordio in Nazionale a Pisa è stato il coronamento di un lungo percorso”.
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